Storie di AVIS Villasanta

Luigi Bonfanti


C’è chi entra in Avis per caso e non ne esce più. È il caso di Luigi, che nel 1964 aveva poco più di vent’anni e una serata al bar con gli amici da raccontare: da quella chiacchierata è nata una storia lunga sessant’anni, fatta di donazioni, di consiglio, di presidenza, e soprattutto di un attaccamento all’associazione che non si è mai spento.

Come sei entrato in Avis?

«Sono entrato tramite Sarigu, uno dei fondatori della sezione di Villasanta, che ci ha incontrato al bar. Eravamo là in tre, io, Lamberto ed Ernesto Ornaghi, e ci ha detto: perché non venite su in Avis? Siamo andati, c’era la segretaria, la Mariuccia, e c’era anche il dottor Sala che ci ha spiegato tutto per bene, come si fa la donazione, cosa bisogna fare. Ci hanno insegnato bene, insomma. Abbiamo messo giù i nostri dati e ci hanno dato i fogli per andare a Monza a fare la prima trasfusione».

Della prima donazione, fatta all’ospedale di Monza «sotto la scala del padiglione dove c’era l’otorino», Luigi ricorda ancora i dettagli: erano in tre, non c’entravano tutti insieme nello spazio della raccolta e hanno fatto a turno. Da lì in avanti, per Luigi non si è più trattato solo di donare: è rimasto dentro l’associazione anche come collaboratore, imparando a mettere a posto i dati dei donatori in una cartellina di plastica, ai tempi in cui tutto si scriveva ancora a mano.

C’è un ricordo che porti nel cuore in modo particolare?

Tra i tanti, uno spicca su tutti: la raccolta fondi per il terremoto del Friuli, nel 1976. «Abbiamo detto: perché non facciamo una raccolta per il Friuli? Abbiamo comprato un po’ di vino e l’abbiamo venduto in piazza, il ricavato lo abbiamo messo insieme a quello raccolto dal Comune, e siamo andati su a portarlo». Il viaggio si è ripetuto più di una volta, tra Cormons e le zone terremotate, con tanto di feste organizzate insieme alla gente del posto per ringraziare i volontari arrivati da Villasanta. Da quel legame è nato anche un gemellaggio informale, fatto di gite e visite reciproche che sono continuate per anni.

Un altro ricordo speciale è legato a un viaggio fuori dai confini italiani: una donazione fatta a Vienna, durante una trasferta organizzata insieme ad altri volontari. «L’ho fatta all’estero, in una sala tipo quella dell’Avis. Bello, così si fa».

In tutto, Luigi ha effettuato 98 donazioni, fermato solo dal limite d’età: «Quando mi hanno detto che non potevo più andare avanti, ho pensato: che peccato, ancora due e arrivavo a cento».

Dal donatore al consigliere, fino alla presidenza.

Il passaggio dal ruolo di semplice donatore a quello di consigliere è arrivato quasi naturalmente, per la voglia di continuare a dare qualcosa in più all’associazione. Da lì, negli anni, Luigi ha assunto anche la carica di presidente, in un’epoca che lui stesso racconta attraverso i nomi di chi lo ha preceduto e seguito alla guida della sezione: da Maggioni a Samuele Fontana, da Ambrogio Sala fino ai giorni più recenti. Sessant’anni vissuti senza mai smettere di essere presente ogni venerdì in sede, tra i registri dei donatori e i primi, incerti, arrivi del computer: «Andava sì, andava no, perché ce l’avevano regalato… poi piano piano si è andati avanti con la tecnologia».

Cosa ricordi delle serate del venerdì?

Con un sorriso che si sente anche solo a raccontarlo, Luigi rievoca il clima delle riunioni di un tempo: «I consigli erano due o tre punti, poi usciva il pane, il salame, la bottiglia di vino. Il venerdì sera c’era sempre un ritrovo familiare». Gite, pranzi sociali, feste con il maialino allo spiedo, viaggi a Montalcino, Firenze, Prato: pagine di una vita associativa fatta tanto di impegno quanto di convivialità, dove il legame tra i donatori si costruiva anche a tavola, tra una donazione e l’altra.

Cosa è cambiato nello spirito di Avis in questi sessant’anni?

Su questo Luigi è categorico: «Niente, lo spirito è assolutamente lo stesso. Cambia magari il modo di stare insieme, ma lo spirito è sempre quello».

Cosa diresti a un giovane che oggi pensa di iniziare a donare?

Alla domanda su cosa direbbe a un giovane che si affaccia per la prima volta all’idea di donare, Luigi, con gli occhi che si illuminano commossi, non ha dubbi: «Di dare tutto quello che si può. Io ho dato tutto, quello che potevo dare». Una frase semplice, che racchiude sessant’anni di un impegno mai interrotto, fatto di donazioni, di sere passate in sede, di viaggi condivisi e di un’associazione portata avanti insieme, un venerdì dopo l’altro.

Perché, come si dice spesso in Avis: tutto il bene che si semina, prima o poi si raccoglie.


Un ringraziamento particolare a Giorgio Motta, che ha avuto l’idea e ha partecipato attivamente a questo momento straordinario, contribuendo a raccogliere la preziosa testimonianza di Luigi.

Maurizio Pieropan


Maurizio Pieropan è stato donatore AVIS per oltre quarant’anni e ha superato le 100 donazioni. Appassionato runner, ha partecipato a ben 22 edizioni della Monza-Resegone, portando avanti negli anni gli stessi valori di costanza, impegno e solidarietà che caratterizzano il mondo della donazione.

 

Cosa ti ha spinto a donare la prima volta e quando hai capito davvero l’importanza della donazione?

Ho iniziato partecipando alle giornate di donazione organizzate da AVIS Villasanta. All’epoca erano donazioni occasionali: andavo quando c’era la “Domenica del Donatore” e per alcuni anni ho continuato così.

Dopo alcune donazioni, qualcuno mi chiese: “Perché non diventi donatore effettivo, visto che già stai donando con regolarità?”. Quella domanda mi fece riflettere. Mi resi conto che non si trattava solo di un gesto occasionale, ma di un servizio concreto verso altre persone.

Da quel momento ho deciso di iscrivermi ufficialmente e continuare con costanza. Ho capito che il sangue può servire a chiunque, anche a noi stessi o alle persone che amiamo. Per questo è importante garantire continuità alla donazione.

Hai corso ben 22 Monza-Resegone. Qual è stata la strategia più importante che ti ha accompagnato in questa esperienza?

La Monza-Resegone è una gara particolare perché si corre in squadra, a terne. Per affrontarla bisogna condividere la stessa passione e soprattutto costruire un rapporto di amicizia e fiducia reciproca.

Non è una gara in cui conta arrivare prima degli altri componenti della squadra. Lo scopo è arrivare insieme. Per questo ho sempre scelto compagni che conoscevo bene e con cui c’era sintonia.

Nel corso degli anni ho visto compagni attraversare momenti difficili durante la gara. In quei casi non si lascia indietro nessuno: si rallenta, ci si aiuta e si continua insieme fino al traguardo. Questo è forse l’insegnamento più importante che la Monza-Resegone può dare anche nella vita quotidiana.

Nel tempo è cambiato il tuo modo di vedere la donazione di sangue o il significato che ha per te?

In realtà no. Ho sempre visto la donazione come un gesto normale, un gesto di senso civico e di aiuto verso gli altri.

Una cosa giusta da fare, semplicemente.

Col tempo però ti rendi anche conto dell’importanza della prevenzione e dei controlli sanitari legati alla donazione. Una volta gli esami erano ancora più completi e questo rappresentava anche un modo per tenere monitorata la propria salute.

Vedi un legame tra la donazione di sangue e la Monza-Resegone?

Assolutamente sì. Entrambe fanno parte di uno stile di vita fondato sull’impegno e sulla condivisione.

La donazione e lo sport insegnano valori molto simili: la costanza, il rispetto per gli altri, la capacità di fare la propria parte all’interno di una comunità. Sono esperienze diverse, ma che si completano a vicenda e che aiutano a crescere come persone.

Come riuscivi a conciliare lavoro, allenamenti e donazioni?

Soprattutto grazie all’organizzazione.

Per molti anni ho svolto un lavoro in cui ero spesso da solo e dovevo gestire personalmente le consegne. Per questo cercavo di programmare le donazioni nei momenti meno impegnativi della settimana.

Di solito sfruttavo il lunedì, che era il giorno più tranquillo dal punto di vista lavorativo. In questo modo riuscivo a donare senza creare problemi al lavoro e senza rinunciare agli allenamenti. Quando si considera importante qualcosa, si trova il modo di organizzarsi.

Quale messaggio vorresti lasciare a chi sta pensando di diventare donatore?

La donazione è una scelta molto personale. Ognuno deve sentirla dentro di sé.

Ho provato anche a coinvolgere mio figlio, ma lui ha sempre avuto paura degli aghi e non se l’è sentita. È una decisione che non può essere imposta.

Quello che posso dire è che vedere tanti giovani avvicinarsi alla donazione mi fa piacere e mi dà fiducia. Il mio augurio è che chi inizia oggi possa continuare con perseveranza nel tempo, proprio come è successo a me.

AVIS ha sempre bisogno di nuove energie e di nuove persone disposte a mettersi a disposizione degli altri. Donare sangue è un gesto semplice, ma può fare una differenza enorme nella vita di qualcuno.

 

Giorgio Motta

Ci sono persone che attraversano la storia di AVIS con discrezione, costanza e spirito di servizio.

Giorgio Motta è una di queste.

Donatore dal 1983 e per molti anni anche consigliere di AVIS Villasanta, Giorgio racconta un percorso nato quasi per caso, grazie alla musica, all’amicizia e all’incontro con persone capaci di lasciare un segno. Grazie a Giorgio per questa testimonianza sincera, che racconta non solo il valore della donazione, ma anche quello delle relazioni, della comunità e del tempo donato agli altri.

Ti ricordi la tua prima donazione? Cosa ti ha spinto ad avvicinarti ad AVIS?

Sì, me la ricordo bene. Erano i primi anni Ottanta. Suonavo in un gruppo musicale e facevamo serate e festival. Un consigliere AVIS veniva spesso a sentirci e un giorno ci propose di suonare durante una festa dell’associazione alla Bergamina.

Lì ho conosciuto Samuele Fontana, che allora era presidente AVIS. Ricordo ancora quella serata del 1983. Mentre mangiavamo insieme durante una pausa, mi chiese se avessi mai pensato di diventare donatore.

Io ero un po’ titubante, come tanti all’inizio. Però Samuele era una di quelle persone che sapevano trasmettere fiducia e valori quasi naturalmente. Alla fine gli promisi che sarei andato a iscrivermi. E così ho fatto.

La prima donazione? Un po’ di timore c’era, certo. Ma appena finita pensai: ‘Tutto qui?’

Che posto ha avuto AVIS nella tua vita nel corso degli anni?

Per molti anni AVIS ha avuto un posto importante nella mia vita, anche perché poco dopo sono entrato nel consiglio dell’associazione.

Erano anni diversi da oggi. Oltre alla donazione si organizzavano tante attività: gite, feste, momenti di ritrovo. C’era molta convivialità. Il venerdì sera ci si trovava per fare due chiacchiere davanti a una fetta di salame e un bicchiere di vino.

Sono ricordi semplici ma molto belli, perché si era creato un vero gruppo di amicizia.

Ricordo tante persone con affetto: Samuele Fontana, Raffaele Colleoni, Vincenzo Maggioni e tanti altri che hanno fatto parte della storia di AVIS Villasanta.

Nel tempo è cambiato il tuo modo di vedere la donazione di sangue o il significato che ha per te?

In realtà no. Ho sempre visto la donazione come un gesto normale, un gesto di senso civico e di aiuto verso gli altri.

Una cosa giusta da fare, semplicemente.

Col tempo però ti rendi anche conto dell’importanza della prevenzione e dei controlli sanitari legati alla donazione. Una volta gli esami erano ancora più completi e questo rappresentava anche un modo per tenere monitorata la propria salute.

C’è un momento, un episodio o un incontro vissuto in AVIS che ti è rimasto particolarmente nel cuore?

Sicuramente il primo incontro con Samuele Fontana è quello che mi porto più dentro.

Poi più che singoli episodi ricordo soprattutto l’atmosfera di quegli anni: le serate insieme, le discussioni, l’amicizia che si era creata tra le persone dell’associazione.

Alla fine AVIS non era solo il momento della donazione. Era anche sentirsi parte di un gruppo.

Se dovessi parlare a una persona giovane che sta pensando di diventare donatore, cosa le diresti?

Direi quello che disse a me Samuele tanti anni fa: con la donazione puoi aiutare concretamente qualcuno.

A volte finché si parla in generale non ci si pensa davvero. Ma se immagini che un giorno possano averne bisogno tuo padre, tua madre, un fratello, un amico… allora cambia tutto.

E poi c’è una cosa fondamentale: il sangue non si può produrre in laboratorio. Non esistono alternative. Serve il gesto delle persone.

Io ho donato dal 1983 fino al 2025. Ho provato ancora recentemente, ma i medici mi hanno detto che ormai alcuni farmaci non sono più compatibili con la donazione. Mi è dispiaciuto, perché sto bene e avrei continuato volentieri.

Però resto vicino ad AVIS. Se c’è bisogno, ci sono ancora.

 

Il Primo Gagliardetto

Non tutte le Sezioni hanno il privilegio di esporre il loro primo gagliardetto. A Villasanta con orgoglio custodiamo ed esibiamo l’originale prodotto all’epoca della Fondazione. 

Il gagliardetto è tornato a casa

C’è un momento in cui un oggetto smette di essere un semplice reperto e diventa qualcosa di più: un punto di contatto tra quello che eravamo e quello che siamo chiamati ad essere. Per la sezione Avis di Villasanta, quel momento è arrivato con il ritorno del gagliardetto originale della fondazione, adesso esposto con orgoglio nella sala delle riunioni, accanto ai due labari che già la abitano.

Non è cosa da poco. Non è comune, nelle sezioni Avis, che il gagliardetto ufficiale della fondazione sia ancora integro, ancora presente, ancora capace di raccontare da sé la storia di chi lo ha preceduto. Eppure eccolo qui, dopo un periodo trascorso in prestito all’Avis di Monza — che lo ha accolto nell’ambito di una mostra sulla propria storia — ora è tornato tra le mura di chi lo custodisce per vocazione.

La storia che quel gagliardetto porta con sé è precisa e densa. Villasanta è la terza sezione nata dalle costole di quella di Monza, nel 1948, dopo Lissone. Fu il dottor De Simone, fondatore della sezione, a riconoscere che il piccolo nucleo di tredici volontari aveva ormai la sostanza e il vigore per camminare con le proprie gambe. Da sottosezione a sezione autonoma: un passaggio formale, certo, ma soprattutto un atto di fiducia in una comunità che stava imparando a prendersi cura di sé. I legami con Monza, naturalmente, non si spezzarono — e non si sono mai spezzati, alimentati da decenni di collaborazioni intense che arrivano fino a oggi.

Quel gagliardetto, adesso, dà il senso delle radici. Stare davanti a un oggetto del 1948 significa capire che quello che facciamo oggi non nasce dal nulla: nasce da tredici persone che scelsero di donare, da un medico che credette in loro, da una comunità che imparò a volersi bene in modo concreto. È una responsabilità bella, quella che viene dalle radici: non il peso di un passato da conservare sotto vetro, ma la spinta di un’eredità da onorare facendo sempre meglio.

Per questo il gagliardetto non è solo un simbolo da ammirare: è un invito. Un invito a venire in sede, a respirare quell’aria di appartenenza e di slancio volontario che si sente appena si varca la porta. La sezione è aperta il lunedì dalle 19.00 alle 22.30 — e chiunque voglia conoscere da vicino questa storia, o semplicemente sentirsi parte di qualcosa che vale, è il benvenuto.

Vincenzo e Simone Gualtieri

Vincenzo e Simone, padre e figlio, sono colonne portanti di Avis Villasanta.

Donatori assidui, persone esemplari e presenze generose ogni volta in cui la Sezione ha bisogno del Meglio dai propri Soci.

Conosciamoli meglio in questa intervista doppia, realizzata con maestria proprio da Simone.

 

Alberto Mascio

Alberto ha 21 anni (22 quest’anno) ed è donatore Avis da quando ne ha compiuti 18. Non ha una tradizione familiare alle spalle, ma una scelta personale e consapevole. 

Conosciamolo meglio in questa intervista, che proietta Avis Villasanta in un futuro giovane, concreto e responsabile.

Alberto, quando hai deciso di diventare donatore??

Mi sono iscritto ad Avis nel luglio 2022, ancora prima di compiere 18 anni; infatti una settimana prima del mio compleanno sono venuto in sede con l’intenzione di iscrivermi, ma ho dovuto aspettare di diventare maggiorenne. Allora sono tornato il giorno del mio diciottesimo compleanno e a settembre 2022 ho fatto la mia prima donazione. Quella di domani sarà la mia tredicesima donazione, ho cercato, e ci sono riuscito, a non mancare mai all’appuntamento trimestrale. Ho voluto iscrivermi perché penso che donare il sangue sia qualcosa che tutti possiamo fare, senza perdere nulla. Il sangue lo produciamo naturalmente e, se non abbiamo problemi di salute, possiamo donarlo tranquillamente. 

Hai provato a coinvolgere anche altri giovani?

Sì, ho provato a portare con me diversi amici. Alcuni non hanno potuto per motivi si salute, altri per paura. Penso che la paura di un ago si possa superare, sopportare. Un mezzo litro di sangue donato, invece, salva una vita. Penso che sia importante donare, anche perché ognuno di noi nella vita potrebbe avere bisogno di una trasfusione di sangue, o se no noi direttamente, a un parente, un amico. Il sangue non si può ricreare in laboratorio, la componente umana è essenziale

Come concili studio, lavoro e donazione?

Donare sangue non è un’attività impegnativa a livello di tempo Io studio e lavoro, ma non ho mai avuto difficoltà. Anche se non si riesce a impegnarsi attivamente nelle attività associative o di sensibilizzazione, per la donazione basta donare un’ora ogni tre mesi tra attesa, donazione e colazione offerta. In più, ad ogni donazione vengono effettuati gli esami del sangue completi che, da un certo punto di vista, sono anche un controllo medico periodico. Oltre a questo, non è sempre necessario essere presenti in sede — anche se è bello — ma è sufficiente donare quattro volte all’anno

C’è stato un momento che ti ha colpito particolarmente nel tuo percorso Avis? 

Ho sempre conosciuto l’Avis come istituzione cittadina qui a Villasanta. Ma un momento che mi ha colpito molto è stato quando, alle superiori l’Avis di Besana Brianza è venuta a presentarsi…c’era un signore di circa ottant’anni con sua nipote che raccontava la sua storia di donatore. La cosa bella, è stata ritrovarlo a distanza di qualche anno, a una riunione provinciale facendomi capire quanto questa esperienza vada oltre il semplice donare: é creare gruppo, squadra. Mi è rimasta impressa una motto- che è quello ufficiale di AVIS- che riassume bene lo spirito che ogni donatore dovrebbe avere: “Charitas usque ad sanguinem”. 

In famiglia come è stata accolta la tua scelta? 

In casa nessuno era donatore. Nello stesso periodo in cui mi sono iscritto io, però, si è iscritto anche mio papà. Ovviamente a numero di donazioni lo batto. 

Che messaggio vuoi lasciare ai giovani di Villasanta?

Non serve essere eroi. Serve solo un po’ di responsabilità. Un’ora ogni tre mesi non cambia la nostra vita. Ma può cambiare quella di qualcun altro.

 

Angelo Sala

Ci sono persone che hanno attraversato la storia dell’AVIS Villasanta accompagnandone ogni fase, diventando un punto di riferimento per generazioni di volontari e donatori. Ex Presidente e testimone diretto di oltre cinquant’anni di vita associativa, l’attuale Vicepresidente Angelo Sala ha contribuito in modo continuo e concreto alla crescita dell’associazione e al suo legame con la comunità.

Con questa intervista ripercorriamo la memoria dell’AVIS Villasanta e guardiamo al futuro attraverso le parole di chi l’ha vissuta in prima persona.

Quando pensi all’Avis di Villasanta, qual è la prima immagine che ti viene in mente?

Penso a un medico che ho avuto il privilegio di conoscere: piccolo di statura, ma con un’energia straordinaria. Di fronte al dramma di una grave emorragia durante un parto, senza strumenti adeguati, ebbe un’intuizione semplice e potentissima: creare un elenco di persone disponibili a donare sangue in caso di emergenza. Da quell’idea, nata in un momento di estrema umanità, è nato il sistema della donazione organizzata. Un sistema che oggi permette all’Italia di contare su sangue sicuro, controllato e pronto all’uso.

A Villasanta accadde qualcosa di simile: un medico determinato, insieme a un piccolo gruppo di persone, diede vita all’AVIS Villasanta, una delle prime del territorio. Fin dall’inizio dotata di una sede propria, diventò per molti donatori una seconda casa.

Che tipo di associazione era l’AVIS dei tuoi primi anni?

Negli anni Settanta il volontariato era prima di tutto una comunità. Le associazioni erano famiglie, luoghi di incontro e di condivisione. Ricordo i venerdì sera in sede: c’erano sempre persone, chi giocava a carte, chi parlava, chi semplicemente stava insieme. Ogni anno si organizzavano gite sociali, anche di più giorni, con pullman pieni. Era un modo per sentirsi parte della stessa realtà.

Era uno spirito di aggregazione molto forte, che oggi è più difficile ritrovare. Ma quelle esperienze hanno costruito relazioni profonde e un forte senso di appartenenza.

In questi anni, quali sono stati i cambiamenti più importanti per l’associazione?

L’AVIS ha sempre saputo evolversi. Dalle trasfusioni dirette si è passati a sistemi sempre più sicuri, fino alle sacche multiple e alla donazione in aferesi. Ogni passaggio ha migliorato l’efficacia delle cure, ridotto gli sprechi e tutelato sia i pazienti sia i donatori. Oggi l’aferesi permette donazioni meno impegnative e intervalli più brevi, soprattutto per le donne. È la dimostrazione di come l’AVIS abbia saputo stare al passo con i tempi, restando fedele alla propria missione.

Cosa ti è rimasto dell’esperienza di Presidente?

Il mio percorso in AVIS è iniziato nel 1975 e mi ha portato, dal 2017 al 2025, a ricoprire il ruolo di Presidente. Non sono stati anni facili: dal 2008 le donazioni erano in calo e nel 2020 si è toccato il minimo, anche a causa della pandemia. Con il lavoro costante del Consiglio Direttivo e il supporto di tante persone siamo riusciti a invertire la tendenza, tornando oggi ai livelli del 2017. Quando le cose vanno bene è facile continuare, ma cambiare direzione richiede impegno e fiducia.

Tra i risultati di cui vado più fiero c’è anche l’arrivo del Centro Trasfusionale Mobile a Villasanta, che ha avvicinato molte persone alla donazione, riportandola “in paese”.

Che significato ha oggi per te la donazione di sangue?

La donazione resta insostituibile: non esiste un’alternativa al sangue umano. Senza donatori, molte terapie e interventi sarebbero impossibili. È anche una forma importante di prevenzione: le analisi periodiche tutelano chi riceve, ma anche chi dona. Per questo la donazione è un gesto semplice, ma di enorme valore per tutta la comunità.

Guardando all’AVIS Villasanta di oggi, cosa ti rende più orgoglioso?

Vedere un Consiglio Direttivo presente, unito e motivato. Oggi tutti sono coinvolti e partecipano attivamente; questo permette di affrontare meglio le sfide, condividere le responsabilità e lavorare con maggiore serenità.

Quale futuro vedi per l’AVIS Villasanta?

Il futuro passa dal coinvolgimento dei giovani. Molto è stato fatto e molto si sta facendo, con la piena disponibilità del Consiglio Direttivo a sostenere nuove iniziative. Solo attraverso nuove energie l’AVIS potrà continuare a crescere e rispondere ai bisogni di chi, ogni giorno, ha bisogno di una donazione di sangue.

Alessandro Erba

Tra le figure storiche e, perché no, carismatiche dell’Avis Villasanta, c’è senz’altro quella di Enrico Erba. Brillante, eclettico, arguto, dalla dialettica sopraffina, era anche un uomo concreto. Con Alessandro, suo figlio, abbiamo aperto il libro dei ricordi. 

Quando pensi all’Avis di Villasanta, qual è la prima immagine che ti viene in mente?
La prima cosa che associo all’Avis di Villasanta è il venerdì sera. Storicamente era il momento in cui la sede apriva per raccogliere gli scritti, organizzare le attività, gestire gli eventi. È davvero la prima immagine che mi viene in mente. Ricordo che il venerdì sera mio papà usciva per andare nella storica sede in piazza e, più avanti, quando sono entrato anch’io nel consiglio, ho partecipato attivamente a quelle serate. Era un’attività importante, centrale per la vita dell’associazione.

Che valore aveva quel momento per la comunità?
Credo che il venerdì sera, così come l’Avis stessa, abbia rappresentato soprattutto nei primi anni un punto di ritrovo per tante persone. Sicuramente lo è stato anche per mio papà. Si è creato un legame profondo tra l’associazione e il paese di Villasanta. Per molti non era solo un modo per “fare qualcosa il venerdì”, ma un’occasione per stare insieme, per costruire relazioni. Parliamo degli anni ’50, ’60, ’70: una realtà molto più piccola di oggi, con comunicazioni più difficili, meno contatti con Milano e con il resto d’Italia. In quel contesto, l’Avis e tante associazioni nate in quegli anni hanno avuto un ruolo fondamentale: creare una comunità dentro la comunità.

Ci sono persone che associ in modo particolare alla storia dell’Avis?
Sì, quando penso all’Avis penso a persone come Samuele Fontana, il dottor Perego, il dottor Maggioni, il dottor Sala, a tutti quelli che hanno partecipato attivamente alla vita dell’associazione fin dall’inizio. Se ho dimenticato qualcuno mi scuso, ma ormai sono anche io un diversamente giovane. Mio papà è stato vicepresidente per molti anni e presidente dal 1988 al 1996. Credo che lui rappresenti bene tutte quelle persone che si sono impegnate e si impegnano ancora oggi per l’Avis senza stare in prima fila. Persone che lavorano in silenzio, dietro le quinte, dando un contributo costante, quotidiano o settimanale. Questo è un aspetto fondamentale, perché spesso emergono solo pochi nomi, ma dietro c’è sempre un grande numero di volontari. E molti di loro, magari anche per timidezza, non amano apparire. Ma sono un grande esempio.

Che rapporto hai invece con la donazione, a livello personale?
Per me la donazione ha un valore molto forte. Quando vai a donare sangue vivi un percorso completo: l’accoglienza in ospedale, il confronto con i medici, il momento stesso della donazione. È un gesto concreto, ma anche un momento di raccoglimento e riflessione: sei lì, seduto, e vedi il tuo sangue riempire una sacca che servirà ad aiutare altre persone. E in quei minuti ti senti molto più fortunato di loro. Anche il post-donazione ha il suo significato, dal momento conviviale fino alla ricezione dei parametri del sangue.

Secondo te qual è il valore più ampio di questo gesto?
Dal punto di vista della prevenzione, la donazione è una risorsa enorme, forse ancora sottovalutata a livello nazionale. Più persone donano, più aumentano le possibilità di individuare in tempo alcune patologie anche gravi. È una funzione importantissima dell’Avis: migliora la qualità della vita di tutti, non solo di chi riceve il sangue. Per questo mi sono sentito naturalmente in dovere di aderire all’associazione. È stato un passo spontaneo, prima come donatore e poi entrando nel direttivo.

Quanto ha inciso la tua famiglia in questo percorso?
Molto. Ricordo una frase che mio papà disse un giorno durante una presentazione: che l’Avis era l’associazione a cui era più legato a Villasanta. E chi lo conosce sa che non era di certo l’unica che frequentasse. Credo che questo dica tutto sul rapporto tra lui, la nostra famiglia e l’Avis. È stata davvero un’occasione di incontro e di vita per tante persone.

Guardando al presente, che riflessione ti senti di fare?
Oggi esistono ancora molte associazioni che svolgono la stessa funzione, e questo è un bene. Credo che ci sia in giro molta brava gente, probabilmente molta più di quanto immaginiamo. Ed è anche grazie a queste realtà se le comunità continuano a vivere davvero.

Un ringraziamento a Mauro Corno per la realizzazione dell'intervista