Storie di Avis Villasanta
Alberto Mascio

Alberto ha 21 anni (22 quest’anno) ed è donatore Avis da quando ne ha compiuti 18. Non ha una tradizione familiare alle spalle, ma una scelta personale e consapevole. 

Conosciamolo meglio in questa intervista, che proietta Avis Villasanta in un futuro giovane, concreto e responsabile.

Alberto, quando hai deciso di diventare donatore??

Mi sono iscritto ad Avis nel luglio 2022, ancora prima di compiere 18 anni; infatti una settimana prima del mio compleanno sono venuto in sede con l’intenzione di iscrivermi, ma ho dovuto aspettare di diventare maggiorenne. Allora sono tornato il giorno del mio diciottesimo compleanno e a settembre 2022 ho fatto la mia prima donazione. Quella di domani sarà la mia tredicesima donazione, ho cercato, e ci sono riuscito, a non mancare mai all’appuntamento trimestrale. Ho voluto iscrivermi perché penso che donare il sangue sia qualcosa che tutti possiamo fare, senza perdere nulla. Il sangue lo produciamo naturalmente e, se non abbiamo problemi di salute, possiamo donarlo tranquillamente. 

Hai provato a coinvolgere anche altri giovani?

Sì, ho provato a portare con me diversi amici. Alcuni non hanno potuto per motivi si salute, altri per paura. Penso che la paura di un ago si possa superare, sopportare. Un mezzo litro di sangue donato, invece, salva una vita. Penso che sia importante donare, anche perché ognuno di noi nella vita potrebbe avere bisogno di una trasfusione di sangue, o se no noi direttamente, a un parente, un amico. Il sangue non si può ricreare in laboratorio, la componente umana è essenziale

Era uno spirito di aggregazione molto forte, che oggi è più difficile ritrovare. Ma quelle esperienze hanno costruito relazioni profonde e un forte senso di appartenenza.

Come concili studio, lavoro e donazione?

Donare sangue non è un’attività impegnativa a livello di tempo Io studio e lavoro, ma non ho mai avuto difficoltà. Anche se non si riesce a impegnarsi attivamente nelle attività associative o di sensibilizzazione, per la donazione basta donare un’ora ogni tre mesi tra attesa, donazione e colazione offerta. In più, ad ogni donazione vengono effettuati gli esami del sangue completi che, da un certo punto di vista, sono anche un controllo medico periodico. Oltre a questo, non è sempre necessario essere presenti in sede — anche se è bello — ma è sufficiente donare quattro volte all’anno

C’è stato un momento che ti ha colpito particolarmente nel tuo percorso Avis? 

Ho sempre conosciuto l’Avis come istituzione cittadina qui a Villasanta. Ma un momento che mi ha colpito molto è stato quando, alle superiori l’Avis di Besana Brianza è venuta a presentarsi…c’era un signore di circa ottant’anni con sua nipote che raccontava la sua storia di donatore. La cosa bella, è stata ritrovarlo a distanza di qualche anno, a una riunione provinciale facendomi capire quanto questa esperienza vada oltre il semplice donare: é creare gruppo, squadra. Mi è rimasta impressa una motto- che è quello ufficiale di AVIS- che riassume bene lo spirito che ogni donatore dovrebbe avere: “Charitas usque ad sanguinem”. 

In famiglia come è stata accolta la tua scelta? 

In casa nessuno era donatore. Nello stesso periodo in cui mi sono iscritto io, però, si è iscritto anche mio papà. Ovviamente a numero di donazioni lo batto. 

Che messaggio vuoi lasciare ai giovani di Villasanta?

Non serve essere eroi. Serve solo un po’ di responsabilità. Un’ora ogni tre mesi non cambia la nostra vita. Ma può cambiare quella di qualcun altro.

Storie di Avis Villasanta
Angelo Sala

Ci sono persone che hanno attraversato la storia dell’AVIS Villasanta accompagnandone ogni fase, diventando un punto di riferimento per generazioni di volontari e donatori. Ex Presidente e testimone diretto di oltre cinquant’anni di vita associativa, l’attuale Vicepresidente Angelo Sala ha contribuito in modo continuo e concreto alla crescita dell’associazione e al suo legame con la comunità.

Con questa intervista ripercorriamo la memoria dell’AVIS Villasanta e guardiamo al futuro attraverso le parole di chi l’ha vissuta in prima persona.

Quando pensi all’Avis di Villasanta, qual è la prima immagine che ti viene in mente?

Penso a un medico che ho avuto il privilegio di conoscere: piccolo di statura, ma con un’energia straordinaria. Di fronte al dramma di una grave emorragia durante un parto, senza strumenti adeguati, ebbe un’intuizione semplice e potentissima: creare un elenco di persone disponibili a donare sangue in caso di emergenza. Da quell’idea, nata in un momento di estrema umanità, è nato il sistema della donazione organizzata. Un sistema che oggi permette all’Italia di contare su sangue sicuro, controllato e pronto all’uso.

A Villasanta accadde qualcosa di simile: un medico determinato, insieme a un piccolo gruppo di persone, diede vita all’AVIS Villasanta, una delle prime del territorio. Fin dall’inizio dotata di una sede propria, diventò per molti donatori una seconda casa.

Che tipo di associazione era l’AVIS dei tuoi primi anni?

Negli anni Settanta il volontariato era prima di tutto una comunità. Le associazioni erano famiglie, luoghi di incontro e di condivisione. Ricordo i venerdì sera in sede: c’erano sempre persone, chi giocava a carte, chi parlava, chi semplicemente stava insieme. Ogni anno si organizzavano gite sociali, anche di più giorni, con pullman pieni. Era un modo per sentirsi parte della stessa realtà.

Era uno spirito di aggregazione molto forte, che oggi è più difficile ritrovare. Ma quelle esperienze hanno costruito relazioni profonde e un forte senso di appartenenza.

In questi anni, quali sono stati i cambiamenti più importanti per l’associazione?

L’AVIS ha sempre saputo evolversi. Dalle trasfusioni dirette si è passati a sistemi sempre più sicuri, fino alle sacche multiple e alla donazione in aferesi. Ogni passaggio ha migliorato l’efficacia delle cure, ridotto gli sprechi e tutelato sia i pazienti sia i donatori. Oggi l’aferesi permette donazioni meno impegnative e intervalli più brevi, soprattutto per le donne. È la dimostrazione di come l’AVIS abbia saputo stare al passo con i tempi, restando fedele alla propria missione.

Cosa ti è rimasto dell’esperienza di Presidente?

Il mio percorso in AVIS è iniziato nel 1975 e mi ha portato, dal 2017 al 2025, a ricoprire il ruolo di Presidente. Non sono stati anni facili: dal 2008 le donazioni erano in calo e nel 2020 si è toccato il minimo, anche a causa della pandemia. Con il lavoro costante del Consiglio Direttivo e il supporto di tante persone siamo riusciti a invertire la tendenza, tornando oggi ai livelli del 2017. Quando le cose vanno bene è facile continuare, ma cambiare direzione richiede impegno e fiducia.

Tra i risultati di cui vado più fiero c’è anche l’arrivo del Centro Trasfusionale Mobile a Villasanta, che ha avvicinato molte persone alla donazione, riportandola “in paese”.

Che significato ha oggi per te la donazione di sangue?

La donazione resta insostituibile: non esiste un’alternativa al sangue umano. Senza donatori, molte terapie e interventi sarebbero impossibili. È anche una forma importante di prevenzione: le analisi periodiche tutelano chi riceve, ma anche chi dona. Per questo la donazione è un gesto semplice, ma di enorme valore per tutta la comunità.

Guardando all’AVIS Villasanta di oggi, cosa ti rende più orgoglioso?

Vedere un Consiglio Direttivo presente, unito e motivato. Oggi tutti sono coinvolti e partecipano attivamente; questo permette di affrontare meglio le sfide, condividere le responsabilità e lavorare con maggiore serenità.

Quale futuro vedi per l’AVIS Villasanta?

Il futuro passa dal coinvolgimento dei giovani. Molto è stato fatto e molto si sta facendo, con la piena disponibilità del Consiglio Direttivo a sostenere nuove iniziative. Solo attraverso nuove energie l’AVIS potrà continuare a crescere e rispondere ai bisogni di chi, ogni giorno, ha bisogno di una donazione di sangue.

Storie di Avis Villasanta
Alessandro Erba

Tra le figure storiche e, perché no, carismatiche dell’Avis Villasanta, c’è senz’altro quella di Enrico Erba. Brillante, eclettico, arguto, dalla dialettica sopraffina, era anche un uomo concreto. Con Alessandro, suo figlio, abbiamo aperto il libro dei ricordi. 

Quando pensi all’Avis di Villasanta, qual è la prima immagine che ti viene in mente?
La prima cosa che associo all’Avis di Villasanta è il venerdì sera. Storicamente era il momento in cui la sede apriva per raccogliere gli scritti, organizzare le attività, gestire gli eventi. È davvero la prima immagine che mi viene in mente. Ricordo che il venerdì sera mio papà usciva per andare nella storica sede in piazza e, più avanti, quando sono entrato anch’io nel consiglio, ho partecipato attivamente a quelle serate. Era un’attività importante, centrale per la vita dell’associazione.

Che valore aveva quel momento per la comunità?
Credo che il venerdì sera, così come l’Avis stessa, abbia rappresentato soprattutto nei primi anni un punto di ritrovo per tante persone. Sicuramente lo è stato anche per mio papà. Si è creato un legame profondo tra l’associazione e il paese di Villasanta. Per molti non era solo un modo per “fare qualcosa il venerdì”, ma un’occasione per stare insieme, per costruire relazioni. Parliamo degli anni ’50, ’60, ’70: una realtà molto più piccola di oggi, con comunicazioni più difficili, meno contatti con Milano e con il resto d’Italia. In quel contesto, l’Avis e tante associazioni nate in quegli anni hanno avuto un ruolo fondamentale: creare una comunità dentro la comunità.

Ci sono persone che associ in modo particolare alla storia dell’Avis?
Sì, quando penso all’Avis penso a persone come Samuele Fontana, il dottor Perego, il dottor Maggioni, il dottor Sala, a tutti quelli che hanno partecipato attivamente alla vita dell’associazione fin dall’inizio. Se ho dimenticato qualcuno mi scuso, ma ormai sono anche io un diversamente giovane. Mio papà è stato vicepresidente per molti anni e presidente dal 1988 al 1996. Credo che lui rappresenti bene tutte quelle persone che si sono impegnate e si impegnano ancora oggi per l’Avis senza stare in prima fila. Persone che lavorano in silenzio, dietro le quinte, dando un contributo costante, quotidiano o settimanale. Questo è un aspetto fondamentale, perché spesso emergono solo pochi nomi, ma dietro c’è sempre un grande numero di volontari. E molti di loro, magari anche per timidezza, non amano apparire. Ma sono un grande esempio.

Che rapporto hai invece con la donazione, a livello personale?
Per me la donazione ha un valore molto forte. Quando vai a donare sangue vivi un percorso completo: l’accoglienza in ospedale, il confronto con i medici, il momento stesso della donazione. È un gesto concreto, ma anche un momento di raccoglimento e riflessione: sei lì, seduto, e vedi il tuo sangue riempire una sacca che servirà ad aiutare altre persone. E in quei minuti ti senti molto più fortunato di loro. Anche il post-donazione ha il suo significato, dal momento conviviale fino alla ricezione dei parametri del sangue.

Secondo te qual è il valore più ampio di questo gesto?
Dal punto di vista della prevenzione, la donazione è una risorsa enorme, forse ancora sottovalutata a livello nazionale. Più persone donano, più aumentano le possibilità di individuare in tempo alcune patologie anche gravi. È una funzione importantissima dell’Avis: migliora la qualità della vita di tutti, non solo di chi riceve il sangue. Per questo mi sono sentito naturalmente in dovere di aderire all’associazione. È stato un passo spontaneo, prima come donatore e poi entrando nel direttivo.

Quanto ha inciso la tua famiglia in questo percorso?
Molto. Ricordo una frase che mio papà disse un giorno durante una presentazione: che l’Avis era l’associazione a cui era più legato a Villasanta. E chi lo conosce sa che non era di certo l’unica che frequentasse. Credo che questo dica tutto sul rapporto tra lui, la nostra famiglia e l’Avis. È stata davvero un’occasione di incontro e di vita per tante persone.

Guardando al presente, che riflessione ti senti di fare?
Oggi esistono ancora molte associazioni che svolgono la stessa funzione, e questo è un bene. Credo che ci sia in giro molta brava gente, probabilmente molta più di quanto immaginiamo. Ed è anche grazie a queste realtà se le comunità continuano a vivere davvero.

Un ringraziamento a Mauro Corno per la realizzazione dell'intervista